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Lo stato delle cose. Un contributo del nostro amico Luca

4/23/2019

 

 

 

Cari Amici, vi proponiamo un piacevolissimo scritto del nostro "amico Luca". Un contributo che abbraccia varie tematiche. Tra queste, l'economia circolare e lo spreco alimentare.

Buona lettura!!!

 

I Giuliano

“Dove c’è una combustione c’è uno scarico”, ripete uno dei più grandi
pensatori di questo secolo. Giuliano, il titolare di questa massima,  è un
mio amico idraulico rumeno. Perché filosofi, intellettuali e  politici
vengono soppiantati, almeno in questo breve scorcio di millennio, da
Giuliano è facile da spiegare: nessuno di loro riesce più a elaborare ed
esporre teorie sull’eguaglianza. Abbiamo trasformato il nostro pianeta in
un’enorme e circolare combustione (sociale, ambientale, politica), senza
prevedere alcuno sfiatatoio per i fumi sprigionati.  I beni di consumo,
elementi diffusi e utili alla nostra esistenza, ad esempio il cibo, vengono
sottratti al loro valore intrinseco di “mantenimento della specie umana”,
per assurgere a simbolo di merce di scambio e, in quanto tale, esclusi da
ogni pubblica utilità.  Si dice che la logica liberale ha i suoi equilibri
e i suoi contrappesi. Ma provate a mettere una gallina addormentata in una
gabbia di leoni affamati e vi renderete conto, anche senza essere dei geni,
che tra due forze così sbilanciate una soccombe. Quale? Oramai nella nostra
società valiamo quello che possediamo e gli svariati miliardi di individui
che non hanno un tubo, valgono esattamente un tubo. L’Uomo ha cercato di
riservare solo per se privilegi assoluti: il rapporto con la trascendenza,
con l’idealismo, dimenticando di essere uno dei tanti anelli della natura.
In parole semplici non siamo meglio di altre specie viventi solo perché
usiamo il profumo. E, secondo il grande pensatore rumeno, non abbiamo il
diritto di dissanguare, umiliare, uccidere una parte consistente del genere
umano solo perché non ha i soldi per comprarsi un profumo. Lo sviluppo, pur
cruento, dell’umanità ha sempre avuto come perno centrale un senso di
“responsabilità” quasi diretta tra il padrone e i suoi sottostanti. Per
quanto può sembrare assurdo lo schiavo dell’antichità aveva maggiori
diritti dello schiavo odierno.

“Anche se non ce la fai, non puoi  buttarti a terra”, altra preziosa
massima di Giuliano che sottintende come in questa postmodernità ogni
debolezza ci trasforma in “rifiuto”. Mentre in epoche passate il concetto
stesso  di “rifiuto umano non riciclabile” non era contemplato neanche dai
padroni più sanguinari. Il pensiero liberale può funzionare per quanto
riguarda la regolazione dell’economia di una famiglia contadina primitiva.
Un anelito all’autosufficienza del capitale che è positivo fin quando il
contadino non va da un altro contadino a fare uno scambio. Patate contro
mele, per esempio, già bastano a creare una transizione che ha bisogno di
essere equa e regolamentata, altrimenti è pericolosa. Invece, oltre a
Giuliano, pochi pensatori illustri la pensano così. Quasi che il “rifiuto
umano” sia una parte fisiologica dei meccanismi di produzione. Il valore
degli uomini è dato dall’equazione: cosa fai, come lo fai, quando lo fai,
dove lo fai e perché lo fai. La parabola esistenziale di ognuno di noi è
racchiusa in questa formula. Ebbene quando le imprevedibili maree dei cicli
produttivi cancellano una o più variabili di questa equazione finiamo per
diventare degli zeri. Un po’ come quando dopo una meravigliosa cenetta
romantica ci viene un attacco di mal di pancia.

II Armando

L’errore basilare dei pensatori è immaginare che questo tipo di società sia
eterno. Molti sistemi “umani” si sono succeduti fin noi e altri, se non ci
auto estinguiamo, si succederanno. Nella nostra società il legame basilare
tra gli uomini è dato dallo scambio. Ma se per qualche motivo quello che
noi facciamo non ha una collocazione nel mercato, non diventa inutile
quello che produciamo, ma noi stessi. Ad esempio: l’operaio fa l’operaio,
l’agricoltore fa l’agricoltore e questo, pur con mille contraddizioni, ha
dato l’impulso alla società di crescere. Ma che succede se non abbiamo più
fabbriche dove impiegare l’operaio? Se coltivare pomodori non produce
nessun reddito?  Le spinte, sempre più individualistiche che muovono ognuno
di noi, non solo non ci porta a rispondere a questa domanda ma spinge, la
stragrande maggioranza, a non porsela neanche.  E l’equilibrio? Diventa un
arnese superato che riguarda folli e cretini. Ammetto con molto candore che
Giuliano ed io  apparteniamo ad entrambe le categorie. Però continuiamo a
riflettere su come laddove il lavoro non crea valore, non solo il singolo
individuo rischia di arenarsi ma è lo stesso sistema sociale che rischia il
crack.

Armando, la buona anima di Armando, era un vetturino. Emigrò molto giovane
da un piccolo paese della Calabria a Milano, dove lo ho conosciuto. Negli
anni sessanta è entrato in Ferrovie. Non toccava mai lo stipendio e
consegnava alla moglie le mance e, con queste, tiravano avanti. Con il
risparmio ha comprato una casa e dopo qualche anno un'altra. Ha cresciuto,
sistemato, laureato tre figli ed è andato in pensione come un signorino.
Già il successore di Armando al lavoro si è trovato una condizione molto
diversa. Le mance sono diminuite o scomparse, il valore in termini di
potere di acquisto del salario è sceso e le aspettative che il consumismo
ci ha progressivamente imposto, hanno influito a non avere nessun
risparmio. Non ha sistemato figli ed è andato in pensione come un pezzente.
Ma poi che è successo all’ipotetico suo successore? Privatizzazioni, euro,
caro affitti, disgregazione familiare e, ciliegina sulla torta,
soppressione dei vagoni letto sui treni e perdita del lavoro.

Come mai nello stesso Paese e a distanza di pochi decenni i destini dei tre
vetturini sono così diversi? Come mai un Paese uscito dalla guerra con le
pezze al culo ha creato tanto sviluppo sociale? Ricordiamoci che nel
dopoguerra il latifondo, l’assenza di garanzie sul lavoro e l’estrema
povertà diffusa avevano creato delle sacche sociali molto prossime alla
schiavitù. E, triste da ammetterlo, molto simili alla nuova schiavitù che
imponiamo agli extracomunitari. Per intenderci: chi coglieva le olive
veniva pagato con circa un kilo di olio ogni quintale di olive raccolte. A
mani nude e spesso nel ghiaccio. Per raccogliere un quintale di olive, più
o meno, si impiegava un giorno. Fate un po’ i conti. Lo sviluppo di quegli
anni non è dato solo dalla congiuntura economica favorevole. Le forze
politiche, gli intellettuali, persino parte dell’opinione pubblica si
interrogava su un concetto dimenticato: l’equilibrio.



III la via delle sedie

A Napoli, tradizione vuole, che le piccole attività artigiane o commerciali
che si occupano di uno stesso articolo, sorgano nello stesso vicolo. La via
dei librai, quella dei robivecchi…eccetera eccetera. La concorrenza tra le
diverse attività creava sviluppo per tutti: clienti e operatori. Cosa
vendono i commercianti ed ex artigiani della via delle sedie a Napoli
adesso? Tutti lo stesso articolo. “Un’ inevitabile spinta alle grandi
concentrazioni e ai monopoli”, direte. “Ma molti generi merceologici sono
di origine cinese”, continuerete. “E’, in sintesi, la globalizzazione”,
concluderete. Tutto vero: avete ragione voi. Ma è così sensato non opporre
resistenza alcuna alle trasformazioni della società? La disintegrazione di
ogni tipo di  comunità intermedia non conduce al fascismo? Se diamo un
occhio all’andamento politico mondiale, questo non sta già succedendo? Nel
1832 Alexis de Tocqueville scriveva: “ Il grande patrimonio tende a
scomparire, il numero delle piccole fortune a crescere”.  Cosa è successo
in questi ultimi due secoli è chiaro: progressivamente 1% della popolazione
si è arricchito al punto tale da possedere oltre il 90% del patrimonio
mondiale. Secondo il mite idraulico rumeno Giuliano, Tocqueville aveva
torto. “Guarda che sta succedendo in Romania: un caffè costa un euro quanto
in Italia e il salario è un terzo che il vostro. Contadini e artigiani
stanno scomparendo e quello che ci è stato presentato come un sogno di
tutti, si sta trasformando in paradiso per alcuni”.

In Italia, ad esempio, due o tre famiglie (legate anche da vincoli di
amicizia e parentela tra loro) posseggono quasi tutta la filiera della
editoria: case editrici, distributori, grossisti, librerie, promotori e,
perché no, giornali e televisioni. Una concentrazione che inficia ogni
logica concorrenziale. E che ha creato scompiglio solo quando questa
corporazione di potere è stata minacciata dai grandi colossi mondiali. E’
tardi editori: se, in passato, avete utilizzato questo sistema per
cannibalizzare, adesso non vi lamentate se verrete cannibalizzati.  E’ la
stessa logica del “chiodo scaccia chiodo” che, purtroppo però, si trasforma
nella brutale formula: “quattro chiodi fanno una croce”. Alcuni pensatori,
prima di Giuliano, hanno sostenuto che l’accumulo di ricchezza da parte di
pochi, significa accumulo di miseria da parte di molti.

Omar è la mia croce della via delle sedie. Il suo lavoro consiste nel
procacciare clienti ai commercianti della via. Io cercavo un paio di sedie
d’occasione e lui si è proposto come cicerone nel mio business. Omar è
egiziano. Non ha uno stipendio ne, tantomeno, un chiaro accordo
commerciale. Lui porta clienti al negozio e, se l’affare si conclude,
prende una piccola mancia. E’, in un certo senso, l’anello debole della
catena produttiva. Non ha una potenziale crescita di sapere e di
professione come, ad esempio, sarebbe stato se fosse un apprendista. Non
costruisce un credibile itinerario di integrazione con il nostro Paese. Non
costruisce un rapporto credibile con il suo:  immaginare un risparmio e un
ritorno a casa. Quale sarà il suo destino? A Napoli abbiamo una definizione
credibile per tutto: “uno senza arte, ne parte”. Ed è un po’ quello che,
progressivamente, toccherà a quattro/cinque miliardi di esseri umani,
compresi molti di noi.



IV Avvitatore



Avete idea del perché i tubi di scarico delle acque bianche, per intenderci
i sifoni sotto i lavandini, hanno delle piccole curve? Le curve non
impediscono all’acqua di confluire verso il basso, ma impediscono agli
odori di salire verso l’alto. In pratica evitano alle nostre case di
puzzare di fogna. Il pensiero di Giuliano è un po’ così: mai netto o
lineare. Ha superato con l’istinto ogni forma del hegelismo imperante, per
sostituirlo ad un ragionamento presocratico. Niente scontri di classe, di
sistemi, di verità ma una visione morbida e obliqua del nostro tempo.
Questa caratteristica ci ha evitato che i nostri ripetuti e aspri scontri
intellettuali degenerassero in rissa. Una volta gli avevo prestato il mio
meraviglioso avvitatore Hilti e lui si è presentato all’appuntamento per
restituirmelo con due birre ghiacciate in un sacchetto. E’ stato molto
complesso per me non mettergli le mani alla gola e seguirlo nelle sue
argomentazioni. In breve: prima di andare a lavorare si era fermato in un
bar frequentato da altri pensatori rumeni. Aveva preso un caffè e deciso di
giocare due euro in una macchinetta. Come ipnotizzato ha bruciato in quel
gioco tutti i contanti che aveva in tasca. Un suo amico gli ha proposto di
acquistare il mio avvitatore alla cifra di 140 euro. Giuliano, convinto di
avere la meglio sulla macchinetta, ha accettato l’affare. Ma ha perso pure
i soldi miei e, particolare increscioso, anche le due birre con le quali si
era presentato erano state prese dal minimarket adiacente e rigorosamente
segnate sul mio conto.  Giuliano sosteneva di non avere nessuna
responsabilità: erano le macchine, avvitatore e slot, ad essere colpevoli
dell’accaduto. Ogni pensiero rivoluzionario può apparire, a primo acchito,
folle. Ma, dopo ampie riflessioni, ho capito che Giuliano mi aveva regalato
un’altra profondissima verità filosofica. Perdonatemi la pedagogica.
L’avvitatore hilti è uno status per determinate categorie umane. Non è che
sia migliore o più potente di altre marche. Rappresenta l’eccellenza del
settore e, per alcuni, una specie di coperta di Linus. Il numero dei
lavoratori potenziali aumenta, mentre il numero dei posti a disposizione
diminuisce. Possedere un avvitatore hilti da l’illusione di essere un
professionista, anche senza aver nessun impiego. Una maschera che, per
quanto illusoria, da una certa consolazione. La macchinetta, meglio la
slot, invece è il simbolo di un sistema produttivo che è giunto in una fase
terminale.  Non regala sogni, si possono vincere se tutto va bene, poche
centinaia di euro. Non regala emozioni: è un gioco meccanico, ripetitivo e
scevro da ogni abilità. Da soltanto compulsioni. Lo scontro tra queste due
macchine, che ha avuto come protagonista Giuliano, non è altro che la
moderna riproposizione dell’avere o essere. “Dell’essere o non essere”, del
dramma identitario proprio dei nostri tempi: se preferire fare finta di
essere o finta di avere. Una contrapposizione che in una società
disintegrata, dove un’intera generazione non ha lavoro vero e mai lo avrà,
dove eserciti di nuovi schiavi affollano i bar a guardare il vuoto, dove la
classe media scompare in livorosi mal di pancia e paure, assume i toni e i
contorni di una nuova e sotterranea tragedia mondiale.

V Il Capitano

“Lungi dall’essere una garanzia per il futuro, la classe media è un
tragico, sfortunato relitto del passato. Incapace di estirparla del tutto,
il capitalismo è riuscito a ridurla al punto più estremo di degradazione e
sofferenza.” E’ il vecchio Trockij, non l’amico Giuliano. Un mio amichetto
d’infanzia aveva il papà disoccupato. Niente drammi in casa, la mamma era
benestante e la casa di proprietà. Quello che mi stupiva, già allora, era
la “rappresentazione” che veniva messa in scena per nascondere la verità.
“Il capitano è nel suo studio a lavorare, non fate rumore…” ci rimproverava
la solerte mamma dell’amico. Parole crociate o giornaletti porno, il
capitano sedeva immobile dietro una scrivania imponente e aveva tutta
l’aria di annoiarsi molto. Ma ogni mattina si vestiva come un dirigente
aziendale e sedeva a quella scrivania fino a pranzo. Poi, dopo un meritato
riposino, ci tornava fino a cena. Privilegio o terribile punizione?
Giuliano una volta buttò nell’immondizia il mio book di presentazione e
diversi manoscritti inediti. Mi stava aiutando nel pericoloso tentativo di
mettere in ordine la mia roba e voleva evitare, cosa che era già successa
mille volte, che io dopo pochi minuti abbandonassi il campo. Era risoluto
e, più io mi paralizzavo davanti a tutte quelle carte, più il suo spirito
da zingaro rumeno diventava crudele. Ogni mia resistenza o supplica era
vana: andava tutto gettato nell’immondizia. Fu doloroso, ma vi assicuro
molto rigenerante. Come quando il dentista ci toglie un molare malato.
Giuliano sostiene che i *fintiricchi*, ossia io, non sono poveri perché
poveri, ma perché fingono di non esserlo. Alcuni mestieri, o meglio, alcune
categorie sociali non vedono nella finzione, nel famoso “mantenere un
contegno”, una cifra di diversificazione ne, tanto meno, di redenzione. Per
Giuliano un uomo che ha fame è un uomo che ha fame e poco importa quali
siano le sue velleità artistiche o le aspettative che il suo ambiente
sociale riponeva su di lui.  Ho amici che fingono di lavorare in borsa,
altri che organizzano riunioni fiume su progetti che sono irrealizzabili e
che, soprattutto, non hanno credenziali ed entrature per presentare. Altri
che chiedono prestiti in giro per continuare lavori che non producono
reddito o prestigio da svariati anni. Altri ancora per cui il lavoro è da
sempre un costo. Non è meglio allora mettersi a fare volontariato? Almeno
si raggiunge un *virtuoso* zero di bilancio, mentre scivolare in profondi
rossi esistenziali e bancari mi sembra un atteggiamento poco accorto. E,
tutto questo, con un unico scopo: camuffare il proprio inevitabile declino.
C’è vergogna, una rabbia sorda e ottusa, qualcosa che invece di unire nella
lotta alla sopravvivenza, isola, mortifica, tritura.  Annienta ancor più
della stessa fame. E’ la malattia della classe media. La dittatura
dell’aperitivo nel bar elegante, quando non si hanno i soldi per pagare le
bollette. Il filosofo Giuliano mi ha insegnato a non aver paura di tutto
questo. Liberarmi dalle catene dello spritz e  a guardare la vita come i
miei avi pescatori: ogni giorno una rete, una barca e un porto dove
rientrare.



VI la paura

“La paura, le paure, sono *situazioni emotive *intime personalissime e, in
quanto tali, non condivisibili” mi ripete ossessivamente l’amico Silvio,
noto pensatore del Vomero Alto. “Abbiamo sostituito l’idea di un Dio con
una paura immotivata e metafisica” sostiene Giorgio pensatore e pescatore
del quartiere Pendino. Praticamente alterniamo Grandi depressioni cosmiche
(guerre, epidemie, crisi economiche, calamità naturali, terrorismi) a
Piccole depressioni ( crolli personali, decomposizioni familiari, malattie
e morti, solitudini) e, il tutto, senza avere una linea guida ideologica o
morale da seguire. Un po’ come quando ci indigniamo, per pochi istanti,  su
facebook per il cane abbandonato a Termini Imerese o per la bambina in
lacrime alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una reazione emotiva che
dura il tempo di un click, che non ci spinge ad elaborare un progetto
politico. Giuliano, essendo un filosofo post hegeliano, non ha una
sistematica visione d’insieme dei mali della società e, in questo senso,
non ci può essere d’aiuto. Il suo approccio al *malessere *è di natura
empirica: una tensione ideologica atta a risolvere il mistero del calzino
scomparso, piuttosto che cercare la ricetta della felicità. Anche adesso,
proprio mentre vi scrivo, sono tormentato dal dramma del calzino scomparso.
Come è possibile, mi ripeto che ogni volta che metto in ordine i calzini,
che me ne manca sempre uno? Qui si palesa il vuoto incolmabile che la
modernità ha generato: l’infinito, nelle sue accezioni poetiche, politiche
e sentimentali non può essere sostituito dal nulla. Dal freddo ragionamento
analitico. Il calzino che scompare non è altro che uno dei tanti misteri
che l’umanità deve imparare a interiorizzare con rispetto, non attraverso
logica e deduzione. Ci sono angoli bui nella vita di un uomo che visti con
troppa scientificità, si riducono a pezzi di ricambio per lavatrici. Invece
sono da sempre e per sempre quegli aneliti che il vecchio Giacomo
sintetizzava nella dolcezza a naufragare in questo mare. Essere Uomo tra
Uomini, collegarsi a se stessi con *dolcezza*, in un naufragio che non è
altro che accettazione. L’uomo moderno si collega all’infinito, sostiene
Giuliano, solo attraverso lo sciacquone del cesso. Nel preciso istante che
invia i propri rifiuti di macchina metabolica in un imprecisato luogo dove
si riuniscono con quelli di altri. Una comunanza impersonale che genera
fetore e cinismo.  Per il resto della giornata siamo  morbosamente
concentrati su noi stessi. Giuliano è un filosofo senza fede o fedi. Non ha
un Dio, ne una squadra di calcio per intenderci. Il suo essere al mondo è
quasi un incidente di percorso. L’altro giorno, era notte inoltrata, mi ero
attardato a chiacchierare con due amici. Non mi andava di aspettare
l’autobus notturno e ho camminato per diversi chilometri. A un certo punto
del mio vagare è nata dentro di me l’esigenza di una birra e un po’
d’umanità. Ero giù, oscillando nervosamente tra depressioni e paure. Era
tutto chiuso. A Piazza Mercato ho scorto una luce accesa. Un naufrago che
scorge un faro nel mare in tempesta. Ho comprato una Peroni e su una
panchina  mi sono ri-collegato all’infinito. Sbagliamo continuamente e la
cosa migliore è che continuamente continueremo a farlo.

VII Carmine



Carmine vende copie di Lotta Comunista fuori dalla fermata della
metropolitana Università. Giornale poco ammiccante con titoli tipo: Il caso
cinese nel declino Atlantico. Quattro, a volte cinque ore di permanenza con
risultati *commercialideologici* molto scarni: si va dalle tre copie allo
zero. Giuliano sostiene che un simile accanimento è assai poco ortodosso
rispetto alle tempeste ideologiche che ne sono alla base. Avrà, come quasi
sempre, ragione lui? Carmine, incalzato dalle mie domande, mi risponde: “la
lotta è anche questo.” Scivolerei nel banale a presentare il caso Carmine
come il classico: due braccia tolte all’agricoltura. Per due motivi: non è
detto, di questi tempi, che un giorno a zappare renda di più di zero. Non è
detto che Carmine con il suo occhialino *raiban* e la sua scarpina griffata
sappia farlo. Come fare, in un momento in cui tutto ci frana attorno, a
puntellare qualcosa che sia, al tempo stesso, giusta e praticabile?
Continuare con migliaia di distinguo, postille e sigle a dichiararci
comunisti? E come praticare quotidianamente, direbbe il grande Ingrao,
esserlo? Come trasformare la nostra costante indignazione in sforzo
politico? In un brano illuminato degli Alunni del sole c’è una strofa il
cui concetto suona più o meno così: “che mi hai insegnato a fare il bene,
se è solamente per gioco?” Inevitabile, per quanto dolorosissima, la
citazione da “Amaro è o bene” di Sergio Bruni. … *Amaro è o bene, amari
sono i baci che mi dai. Non ha cielo, il nostro amore non ha domani... *Che
cos’è il bene e il male? Nell’amore, quanto nella politica, come
distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è? Dall’Illuminismo fino a
Giuliano il pensiero contemporaneo si è distinto per la sua vaghezza
morale. “Ragion di stato”, “Il male minore”, “l’uso fisiologico della
violenza”, “tassi di miseria tollerabili”, eccetera eccetera. Uno sforzo
titanico per fare slittare l’Uomo ai margini del pensiero politico ed
economico. Il sistema, inteso come intreccio di scambi commerciali, ha
avuto intelligenti impulsi verso il miglioramento della condizione umana.
Ma l’Uomo, il suo specifico peso morale, non ha più contato un tubo.
Giuliano che di tubi se ne intende, invece riporta prepotentemente l’Uomo
al centro della scena filosofica. Ma è uno dei pochi: il pensiero comune
cerca il suo equilibrio tra bene e male relativizzandoli.  Come
giustificare, altrimenti, le centinaia di sopraffazioni che avvengono
quotidianamente. Un po’ come i bombardamenti chirurgici, contraddizione in
termini, per giustificare gli effetti indesiderati delle stesse operazioni
militari. Quegli “effetti indesiderati” sono inermi ed innocenti esseri
umani che muoiono. Giuliano e Carmine, pur nella loro diversità, hanno una
reazione istintiva e identica ad ogni tipo di barbarie. Direte che forse è
ottusa, ma credo che da questa ottusità si debba ripartire. Riesumare
l’undicesimo comandamento: non fare ad altri quello che non vuoi che venga
fatto a te stesso. Vi piacerebbe essere un danno collaterale e saltare in
aria in una bella giornata di maggio?



VIII Kiwi

Ansel, grande fotografo-filosofo, sosteneva che nella vita, come nella
fotografia bisogna avere delle priorità. Al *punto di vista *(la scelta di
quale prospettiva dare al soggetto) bisogna aggiungere il concetto di forza
visiva (la scelta della luce prioritaria da dare alla scena). Il suo *sistema
zonale *si può sintetizzare in due concetti: piazzamento e caduta.
Impostata la luce principale che illumina la nostra scena, bisogna
calibrare dove vanno a collocarsi le altre luci. Giuliano ha fatto sua
questa dottrina aggiungendo il concetto di *caduta libera. *Ossia laddove
la nostra forza politica, culturale e filosofica non  riesce a controllare
alcuni elementi bisogna accettare l’idea che essi decidano autonomamente
dove collocarsi. Tranne l’incomprensibile pulsione verso l’industria
tedesca, il nostro filosofo non ha preclusioni o rigidità nei confronti
degli esseri umani. La sua osservazione empirica dell’esistenza si basa su
un unico strumento: l’empatia. Una volta, doveva comprare le pasticche dei
freni per la sua Skoda, mi ha obbligato ad una maratona su internet alla
ricerca di un rivenditore tedesco che gliele vendesse per corrispondenza.
Il risparmio di poche decine di euro non valeva l’impresa. Allora perché?

“ Vedi…abbiamo risparmiato venti euro…e adesso possiamo mangiare una pizza
insieme, alla faccia di chi ci vuole male.”

Non era quindi l’esigua monetizzazione a motivare Giuliano nella sua
ricerca internazionale, quanto il risultato che quel “gesto” generava. La
pizza e il prestigio che quel risparmio scatenava in altri
pensatori-meccanici rumeni che, molto avidamente, avevano gonfiato il
prezzo delle pasticche dei freni. Anche la buonanima della mia mamma
utilizzava il sistema zonale di Ansel  per fare la spesa. Ricordo che alle
volte rientrava a casa con la sua Panda stracolma di Kiwi e, per svariati
decenni, mi sono domandato il perché. Anticalvinismo radicale o malinconia
proustiana, non ho mai più mangiato Kiwi. Sbucciarli è pericoloso
emotivamente e noiosissimo tecnicamente. Qualche giorno fa ho avuto dalla
amica Maria, nota pensatrice circunvesuviana, una cassetta di Kiwi del
mercato Pendino in omaggio. Che fare? Il kiwi è definito commercialmente da
tre fattori: buccia pelosa, colore marrone, dimensione. Dimensione?
Esattamente: esiste un “registro” ossia una dimensione standard con la
quale il Kiwi deve affacciarsi sugli scaffali dei supermercati. I kiwi
leggermente più grandi, o quelli più piccoli hanno due strade: essere
rifiuto o finire nel mercato parallelo del contrabbando di kiwi. Così la
mia povera mamma comprava Kiwi di contrabbando per due motivi: risparmiare
e sottrarsi istintivamente alla stupidità imperante. Proprio adesso,
mentre scrivo sul pensiero di Giuliano tentando di dare il mio contributo
alla salvezza dell’umanità, milioni di persone muoiono di fame e altri
buttano kiwi perché “diversi”.  C’è un preciso intento educativo nel
comprare pasticche dei freni in Germania e kiwi anarchici di contrabbando
al Pendino. L’essenza del pensiero filosofico di Giuliano è che nell’era
dei post non siamo ciò che produciamo, ma ciò che rifiutiamo.

Conclusioni
Ma dove eravamo rimasti? A Roberta che da Roma  mi chiedeva cosa significa *0
monaciello. *Chatta  con un napoletano. Ma non vanno mai oltre. Una
frigidità fulminante. Le nostre menopause sono terribili. Nascondono in
ogni attimo un bilancio. Per questo la gente non s’incontra più: per non
giustificarsi. Come stai? Domanda di riserva. Che fai? Domanda di riserva.
Come stanno i tuoi? Domanda di riserva. Dobbiamo iniziare a porci domande a
piacere. Come quando le insegnanti vogliono aiutare un alunno tonto. Essere
al mondo per Giuliano è altro.  Una compiutezza  fatta di accettazione del
destino nostro e di quelli che amiamo. Si nasce, si da vita, si muore e,
ogni tanto, si beve una birra in compagnia. Basta. Ho conosciuto molta
gente felice e serena di aver fatto solo questo. Poi, perché, io che ho
fatto? Cosa avete fatto voi negli ultimi anni? Vi siete  costruiti delle
onde esistenziali e da quelle onde siete caduti. Cambiano le tipologia
delle sfide, ma il risultato è sempre lo stesso. Si torna lentamente al
punto di partenza: quell’insieme di fango e argilla da cui nasce e torna
ogni vita. Ma parlo solo io. Mi sono perso un sacco di puntate delle vostre
esistenze. Come avete fatto a rimanere in piedi cadendo? Noi occidentali
facciamo un’enorme fatica ad accettare il tramonto della nostra
fallocentricità. Stiamo sempre a misurarci. Qui si palesa la macelleria
sociale che, secondo il grande pensatore rumeno, ci sta auto-estinguendo.
La tenerezza, la capacità di accettarci così come siamo, si è dissolta.
Siamo falliti nei nostri bisogni, prima che nei nostri sogni.

(Amico Luca)

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