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Lo stato delle cose. Un contributo del nostro amico Luca

Cari Amici, vi proponiamo un piacevolissimo scritto del nostro "amico Luca". Un contributo che abbraccia varie tematiche. Tra queste, l'economia circolare e lo spreco alimentare.

Buona lettura!!!


I Giuliano

“Dove c’è una combustione c’è uno scarico”, ripete uno dei più grandi pensatori di questo secolo. Giuliano, il titolare di questa massima, è un mio amico idraulico rumeno. Perché filosofi, intellettuali e politici vengono soppiantati, almeno in questo breve scorcio di millennio, da Giuliano è facile da spiegare: nessuno di loro riesce più a elaborare ed esporre teorie sull’eguaglianza. Abbiamo trasformato il nostro pianeta in un’enorme e circolare combustione (sociale, ambientale, politica), senza prevedere alcuno sfiatatoio per i fumi sprigionati. I beni di consumo, elementi diffusi e utili alla nostra esistenza, ad esempio il cibo, vengono sottratti al loro valore intrinseco di “mantenimento della specie umana”, per assurgere a simbolo di merce di scambio e, in quanto tale, esclusi da ogni pubblica utilità. Si dice che la logica liberale ha i suoi equilibri e i suoi contrappesi. Ma provate a mettere una gallina addormentata in una gabbia di leoni affamati e vi renderete conto, anche senza essere dei geni, che tra due forze così sbilanciate una soccombe. Quale? Oramai nella nostra società valiamo quello che possediamo e gli svariati miliardi di individui che non hanno un tubo, valgono esattamente un tubo. L’Uomo ha cercato di riservare solo per se privilegi assoluti: il rapporto con la trascendenza, con l’idealismo, dimenticando di essere uno dei tanti anelli della natura. In parole semplici non siamo meglio di altre specie viventi solo perché usiamo il profumo. E, secondo il grande pensatore rumeno, non abbiamo il diritto di dissanguare, umiliare, uccidere una parte consistente del genere umano solo perché non ha i soldi per comprarsi un profumo. Lo sviluppo, pur cruento, dell’umanità ha sempre avuto come perno centrale un senso di “responsabilità” quasi diretta tra il padrone e i suoi sottostanti. Per quanto può sembrare assurdo lo schiavo dell’antichità aveva maggiori diritti dello schiavo odierno. “Anche se non ce la fai, non puoi buttarti a terra”, altra preziosa massima di Giuliano che sottintende come in questa postmodernità ogni debolezza ci trasforma in “rifiuto”. Mentre in epoche passate il concetto stesso di “rifiuto umano non riciclabile” non era contemplato neanche dai padroni più sanguinari. Il pensiero liberale può funzionare per quanto riguarda la regolazione dell’economia di una famiglia contadina primitiva. Un anelito all’autosufficienza del capitale che è positivo fin quando il contadino non va da un altro contadino a fare uno scambio. Patate contro mele, per esempio, già bastano a creare una transizione che ha bisogno di essere equa e regolamentata, altrimenti è pericolosa. Invece, oltre a Giuliano, pochi pensatori illustri la pensano così. Quasi che il “rifiuto umano” sia una parte fisiologica dei meccanismi di produzione. Il valore degli uomini è dato dall’equazione: cosa fai, come lo fai, quando lo fai, dove lo fai e perché lo fai. La parabola esistenziale di ognuno di noi è racchiusa in questa formula. Ebbene quando le imprevedibili maree dei cicli produttivi cancellano una o più variabili di questa equazione finiamo per diventare degli zeri. Un po’ come quando dopo una meravigliosa cenetta romantica ci viene un attacco di mal di pancia. II Armando L’errore basilare dei pensatori è immaginare che questo tipo di società sia eterno. Molti sistemi “umani” si sono succeduti fin noi e altri, se non ci auto estinguiamo, si succederanno. Nella nostra società il legame basilare tra gli uomini è dato dallo scambio. Ma se per qualche motivo quello che noi facciamo non ha una collocazione nel mercato, non diventa inutile quello che produciamo, ma noi stessi. Ad esempio: l’operaio fa l’operaio, l’agricoltore fa l’agricoltore e questo, pur con mille contraddizioni, ha dato l’impulso alla società di crescere. Ma che succede se non abbiamo più fabbriche dove impiegare l’operaio? Se coltivare pomodori non produce nessun reddito? Le spinte, sempre più individualistiche che muovono ognuno di noi, non solo non ci porta a rispondere a questa domanda ma spinge, la stragrande maggioranza, a non porsela neanche. E l’equilibrio? Diventa un arnese superato che riguarda folli e cretini. Ammetto con molto candore che Giuliano ed io apparteniamo ad entrambe le categorie. Però continuiamo a riflettere su come laddove il lavoro non crea valore, non solo il singolo individuo rischia di arenarsi ma è lo stesso sistema sociale che rischia il crack. Armando, la buona anima di Armando, era un vetturino. Emigrò molto giovane da un piccolo paese della Calabria a Milano, dove lo ho conosciuto. Negli anni sessanta è entrato in Ferrovie. Non toccava mai lo stipendio e consegnava alla moglie le mance e, con queste, tiravano avanti. Con il risparmio ha comprato una casa e dopo qualche anno un'altra. Ha cresciuto, sistemato, laureato tre figli ed è andato in pensione come un signorino. Già il successore di Armando al lavoro si è trovato una condizione molto diversa. Le mance sono diminuite o scomparse, il valore in termini di potere di acquisto del salario è sceso e le aspettative che il consumismo ci ha progressivamente imposto, hanno influito a non avere nessun risparmio. Non ha sistemato figli ed è andato in pensione come un pezzente. Ma poi che è successo all’ipotetico suo successore? Privatizzazioni, euro, caro affitti, disgregazione familiare e, ciliegina sulla torta, soppressione dei vagoni letto sui treni e perdita del lavoro. Come mai nello stesso Paese e a distanza di pochi decenni i destini dei tre vetturini sono così diversi? Come mai un Paese uscito dalla guerra con le pezze al culo ha creato tanto sviluppo sociale? Ricordiamoci che nel dopoguerra il latifondo, l’assenza di garanzie sul lavoro e l’estrema povertà diffusa avevano creato delle sacche sociali molto prossime alla schiavitù. E, triste da ammetterlo, molto simili alla nuova schiavitù che imponiamo agli extracomunitari. Per intenderci: chi coglieva le olive veniva pagato con circa un kilo di olio ogni quintale di olive raccolte. A mani nude e spesso nel ghiaccio. Per raccogliere un quintale di olive, più o meno, si impiegava un giorno. Fate un po’ i conti. Lo sviluppo di quegli anni non è dato solo dalla congiuntura economica favorevole. Le forze politiche, gli intellettuali, persino parte dell’opinione pubblica si interrogava su un concetto dimenticato: l’equilibrio. III la via delle sedie A Napoli, tradizione vuole, che le piccole attività artigiane o commerciali che si occupano di uno stesso articolo, sorgano nello stesso vicolo. La via dei librai, quella dei robivecchi…eccetera eccetera. La concorrenza tra le diverse attività creava sviluppo per tutti: clienti e operatori. Cosa vendono i commercianti ed ex artigiani della via delle sedie a Napoli adesso? Tutti lo stesso articolo. “Un’ inevitabile spinta alle grandi concentrazioni e ai monopoli”, direte. “Ma molti generi merceologici sono di origine cinese”, continuerete. “E’, in sintesi, la globalizzazione”, concluderete. Tutto vero: avete ragione voi. Ma è così sensato non opporre resistenza alcuna alle trasformazioni della società? La disintegrazione di ogni tipo di comunità intermedia non conduce al fascismo? Se diamo un occhio all’andamento politico mondiale, questo non sta già succedendo? Nel 1832 Alexis de Tocqueville scriveva: “ Il grande patrimonio tende a scomparire, il numero delle piccole fortune a crescere”. Cosa è successo in questi ultimi due secoli è chiaro: progressivamente 1% della popolazione si è arricchito al punto tale da possedere oltre il 90% del patrimonio mondiale. Secondo il mite idraulico rumeno Giuliano, Tocqueville aveva torto. “Guarda che sta succedendo in Romania: un caffè costa un euro quanto in Italia e il salario è un terzo che il vostro. Contadini e artigiani stanno scomparendo e quello che ci è stato presentato come un sogno di tutti, si sta trasformando in paradiso per alcuni”. In Italia, ad esempio, due o tre famiglie (legate anche da vincoli di amicizia e parentela tra loro) posseggono quasi tutta la filiera della editoria: case editrici, distributori, grossisti, librerie, promotori e, perché no, giornali e televisioni. Una concentrazione che inficia ogni logica concorrenziale. E che ha creato scompiglio solo quando questa corporazione di potere è stata minacciata dai grandi colossi mondiali. E’ tardi editori: se, in passato, avete utilizzato questo sistema per cannibalizzare, adesso non vi lamentate se verrete cannibalizzati. E’ la stessa logica del “chiodo scaccia chiodo” che, purtroppo però, si trasforma nella brutale formula: “quattro chiodi fanno una croce”. Alcuni pensatori, prima di Giuliano, hanno sostenuto che l’accumulo di ricchezza da parte di pochi, significa accumulo di miseria da parte di molti. Omar è la mia croce della via delle sedie. Il suo lavoro consiste nel procacciare clienti ai commercianti della via. Io cercavo un paio di sedie d’occasione e lui si è proposto come cicerone nel mio business. Omar è egiziano. Non ha uno stipendio ne, tantomeno, un chiaro accordo commerciale. Lui porta clienti al negozio e, se l’affare si conclude, prende una piccola mancia. E’, in un certo senso, l’anello debole della catena produttiva. Non ha una potenziale crescita di sapere e di professione come, ad esempio, sarebbe stato se fosse un apprendista. Non costruisce un credibile itinerario di integrazione con il nostro Paese. Non costruisce un rapporto credibile con il suo: immaginare un risparmio e un ritorno a casa. Quale sarà il suo destino? A Napoli abbiamo una definizione credibile per tutto: “uno senza arte, ne parte”. Ed è un po’ quello che, progressivamente, toccherà a quattro/cinque miliardi di esseri umani, compresi molti di noi. IV Avvitatore Avete idea del perché i tubi di scarico delle acque bianche, per intenderci i sifoni sotto i lavandini, hanno delle piccole curve? Le curve non impediscono all’acqua di confluire verso il basso, ma impediscono agli odori di salire verso l’alto. In pratica evitano alle nostre case di puzzare di fogna. Il pensiero di Giuliano è un po’ così: mai netto o lineare. Ha superato con l’istinto ogni forma del hegelismo imperante, per sostituirlo ad un ragionamento presocratico. Niente scontri di classe, di sistemi, di verità ma una visione morbida e obliqua del nostro tempo. Questa caratteristica ci ha evitato che i nostri ripetuti e aspri scontri intellettuali degenerassero in rissa. Una volta gli avevo prestato il mio meraviglioso avvitatore Hilti e lui si è presentato all’appuntamento per restituirmelo con due birre ghiacciate in un sacchetto. E’ stato molto complesso per me non mettergli le mani alla gola e seguirlo nelle sue argomentazioni. In breve: prima di andare a lavorare si era fermato in un bar frequentato da altri pensatori rumeni. Aveva preso un caffè e deciso di giocare due euro in una macchinetta. Come ipnotizzato ha bruciato in quel gioco tutti i contanti che aveva in tasca. Un suo amico gli ha proposto di acquistare il mio avvitatore alla cifra di 140 euro. Giuliano, convinto di avere la meglio sulla macchinetta, ha accettato l’affare. Ma ha perso pure i soldi miei e, particolare increscioso, anche le due birre con le quali si era presentato erano state prese dal minimarket adiacente e rigorosamente segnate sul mio conto. Giuliano sosteneva di non avere nessuna responsabilità: erano le macchine, avvitatore e slot, ad essere colpevoli dell’accaduto. Ogni pensiero rivoluzionario può apparire, a primo acchito, folle. Ma, dopo ampie riflessioni, ho capito che Giuliano mi aveva regalato un’altra profondissima verità filosofica. Perdonatemi la pedagogica. L’avvitatore hilti è uno status per determinate categorie umane. Non è che sia migliore o più potente di altre marche. Rappresenta l’eccellenza del settore e, per alcuni, una specie di coperta di Linus. Il numero dei lavoratori potenziali aumenta, mentre il numero dei posti a disposizione diminuisce. Possedere un avvitatore hilti da l’illusione di essere un professionista, anche senza aver nessun impiego. Una maschera che, per quanto illusoria, da una certa consolazione. La macchinetta, meglio la slot, invece è il simbolo di un sistema produttivo che è giunto in una fase terminale. Non regala sogni, si possono vincere se tutto va bene, poche centinaia di euro. Non regala emozioni: è un gioco meccanico, ripetitivo e scevro da ogni abilità. Da soltanto compulsioni. Lo scontro tra queste due macchine, che ha avuto come protagonista Giuliano, non è altro che la moderna riproposizione dell’avere o essere. “Dell’essere o non essere”, del dramma identitario proprio dei nostri tempi: se preferire fare finta di essere o finta di avere. Una contrapposizione che in una società disintegrata, dove un’intera generazione non ha lavoro vero e mai lo avrà, dove eserciti di nuovi schiavi affollano i bar a guardare il vuoto, dove la classe media scompare in livorosi mal di pancia e paure, assume i toni e i contorni di una nuova e sotterranea tragedia mondiale. V Il Capitano “Lungi dall’essere una garanzia per il futuro, la classe media è un tragico, sfortunato relitto del passato. Incapace di estirparla del tutto, il capitalismo è riuscito a ridurla al punto più estremo di degradazione e sofferenza.” E’ il vecchio Trockij, non l’amico Giuliano. Un mio amichetto d’infanzia aveva il papà disoccupato. Niente drammi in casa, la mamma era benestante e la casa di proprietà. Quello che mi stupiva, già allora, era la “rappresentazione” che veniva messa in scena per nascondere la verità. “Il capitano è nel suo studio a lavorare, non fate rumore…” ci rimproverava la solerte mamma dell’amico. Parole crociate o giornaletti porno, il capitano sedeva immobile dietro una scrivania imponente e aveva tutta l’aria di annoiarsi molto. Ma ogni mattina si vestiva come un dirigente aziendale e sedeva a quella scrivania fino a pranzo. Poi, dopo un meritato riposino, ci tornava fino a cena. Privilegio o terribile punizione? Giuliano una volta buttò nell’immondizia il mio book di presentazione e diversi manoscritti inediti. Mi stava aiutando nel pericoloso tentativo di mettere in ordine la mia roba e voleva evitare, cosa che era già successa mille volte, che io dopo pochi minuti abbandonassi il campo. Era risoluto e, più io mi paralizzavo davanti a tutte quelle carte, più il suo spirito da zingaro rumeno diventava crudele. Ogni mia resistenza o supplica era vana: andava tutto gettato nell’immondizia. Fu doloroso, ma vi assicuro molto rigenerante. Come quando il dentista ci toglie un molare malato. Giuliano sostiene che i *fintiricchi*, ossia io, non sono poveri perché poveri, ma perché fingono di non esserlo. Alcuni mestieri, o meglio, alcune categorie sociali non vedono nella finzione, nel famoso “mantenere un contegno”, una cifra di diversificazione ne, tanto meno, di redenzione. Per Giuliano un uomo che ha fame è un uomo che ha fame e poco importa quali siano le sue velleità artistiche o le aspettative che il suo ambiente sociale riponeva su di lui. Ho amici che fingono di lavorare in borsa, altri che organizzano riunioni fiume su progetti che sono irrealizzabili e che, soprattutto, non hanno credenziali ed entrature per presentare. Altri che chiedono prestiti in giro per continuare lavori che non producono reddito o prestigio da svariati anni. Altri ancora per cui il lavoro è da sempre un costo. Non è meglio allora mettersi a fare volontariato? Almeno si raggiunge un *virtuoso* zero di bilancio, mentre scivolare in profondi rossi esistenziali e bancari mi sembra un atteggiamento poco accorto. E, tutto questo, con un unico scopo: camuffare il proprio inevitabile declino. C’è vergogna, una rabbia sorda e ottusa, qualcosa che invece di unire nella lotta alla sopravvivenza, isola, mortifica, tritura. Annienta ancor più della stessa fame. E’ la malattia della classe media. La dittatura dell’aperitivo nel bar elegante, quando non si hanno i soldi per pagare le bollette. Il filosofo Giuliano mi ha insegnato a non aver paura di tutto questo. Liberarmi dalle catene dello spritz e a guardare la vita come i miei avi pescatori: ogni giorno una rete, una barca e un porto dove rientrare. VI la paura “La paura, le paure, sono *situazioni emotive *intime personalissime e, in quanto tali, non condivisibili” mi ripete ossessivamente l’amico Silvio, noto pensatore del Vomero Alto. “Abbiamo sostituito l’idea di un Dio con una paura immotivata e metafisica” sostiene Giorgio pensatore e pescatore del quartiere Pendino. Praticamente alterniamo Grandi depressioni cosmiche (guerre, epidemie, crisi economiche, calamità naturali, terrorismi) a Piccole depressioni ( crolli personali, decomposizioni familiari, malattie e morti, solitudini) e, il tutto, senza avere una linea guida ideologica o morale da seguire. Un po’ come quando ci indigniamo, per pochi istanti, su facebook per il cane abbandonato a Termini Imerese o per la bambina in lacrime alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una reazione emotiva che dura il tempo di un click, che non ci spinge ad elaborare un progetto politico. Giuliano, essendo un filosofo post hegeliano, non ha una sistematica visione d’insieme dei mali della società e, in questo senso, non ci può essere d’aiuto. Il suo approccio al *malessere *è di natura empirica: una tensione ideologica atta a risolvere il mistero del calzino scomparso, piuttosto che cercare la ricetta della felicità. Anche adesso, proprio mentre vi scrivo, sono tormentato dal dramma del calzino scomparso. Come è possibile, mi ripeto che