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La voce del silenzio. Dell'amico Luca



Ricordate il giornalista della rai Piero Badaloni? Qualche decennio fa si candidò a sorpresa alla guida della Regione Lazio. La sua campagna elettorale fu la più discreta che io ricordi. Praticamente non parlò con i media, non tenne comizi e non si abbassò a nessuna polemica. La sua tecnica era “La voce del silenzio”: praticamente ascoltò gli elettori per l’intera durata della campagna elettorale. Risultato? La vinse. Così anche io, alla disperata ricerca di consenso personale, sto adottando questa tecnica, trasformando il divano di casa in una specie di “muro del pianto”. Ho un’ amica, ad esempio, afflitta da “depressione compulsiva”: mentre si lamenta, deve svolgere in modo frenetico alcune mansioni. Quando arriva a casa inscena questa nevrosi pensiero/azione e inizia a farmi le pulizie. Chi, come me, non può definirsi un “mastro lindo”, ne risulta avvantaggiato. Ho un amico, invece, che sostiene che noi napoletani siamo rozzi e barbari perché mangiamo solo cose fritte. Potrei ribattere che, se io napoletano mangio banane a colazione e lui piemontese graffe, non è una “Questione Meridionale”, ma sto zitto. L’altro giorno, aveva una coincidenza di treni a Napoli che prevedeva 40 minuti di sosta, mi ha scritto: “ Caro Luca ti sarei grato se venissi alla stazione, abbiamo giusto il tempo per un caffè e, se puoi, portami una pizza fritta ricotta, provola e cicoli”. Che dire? Quello che però mi sorprende di più è che i nostri lamenti riguardano al 93% questioni legate alla identità. Identità sessuali, identità sociali, identità famigliari, identità professionali, identità politiche e tradimenti di identità. Ho un altro amico, splendidamente avviato alla sessantina, che sostiene di non aver mai provato il grande amore. La sua auto-analisi è incentrata sul fatto che ha condotto una vita da eterosessuale, mentre (aggiungerei con sarcasmo, solo nella tardo adolescenza, ma non posso) ha scoperto pulsioni omosessuali. Direbbe Oscar Wilde, che certo non era un bacchettone: “C’è un tempo per seminare ed uno per raccogliere”. Io, invece, lo spingo a cercare questo grande amore con il motto più falso e poetico che conosca: “Non è mai troppo tardi per costruirsi un’infanzia felice”.


Stefania, domestica ad ore, è sposata con un panettiere. Il loro matrimonio è scandito da decenni da un senso di vuoto: quando lei va a letto lui va a lavorare e quando lei va a lavorare, lui va a letto. Non so come siano riusciti a riprodursi, ma tant’è hanno figli bellissimi. Si ferma a volte da me per un caffè. Lavora, saltuariamente, nelle case del mio palazzo adibite a B&B ed ha sviluppato un’antipatia viscerale e ricambiata verso Nicola che fa il check in e il check out nelle stesse. Anche il loro reciproco odio ha molto a che fare con le rispettive identità: le identità smarrite di lui e quelle mai conquistate di lei. Io ascolto silente. Il terremoto, unico punto comune delle due esistenze, ha impedito ai due di crescere e comprendersi armonicamente. Stefania è figlia di una delle tante famiglie sfrattate a seguito, meglio, a “scrocco” del sisma, trovandosi a crescere e a vivere in un ghetto di periferia dove tuttora, da straniera, risiede. Rimpiange il suo vicolo a ridosso della Riviera di Chiaia, buio ma dove “bastavano dieci metri per arrivare al mare”. Nicola, invece, già non avendo di suo una grande curiosità umana è cresciuto in un quartiere epurato da ogni differenza sociale: pensava che il mondo fosse composto esclusivamente dai soci del circolo del tennis. Tutti i fenomeni naturali nostrani, ad esempio il Bradisismo flegreo e il terremoto, hanno incentivato solo l’aspetto speculatorio. L’ingordigia e non le potenzialità insite anche nelle sciagure. I pescatori di Pozzuoli furono deportati in massa da Rione Terra (borgo caratteristico sul mare) a Monteruscello (quartiere dormitorio nell’entroterra puteolano), per “salvaguardarli” dal bradisismo. Con quale risultato? Rione Terra che doveva crollare è diventato un gioiellino colorato per famiglie snob, Monteruscello sta cadendo a pezzi tra infiltrazioni e degrado. Ricordo che da ragazzo c’erano pescatori a Monteruscello che avevano nei garage ricordi del quartiere abbandonato. Oggetti pronti a tornare nelle case sul mare: dei piccoli e poveri musei personali, condannati però ad un oblio permanente. Con il terremoto la fisionomia antropologica della città è stata ferocemente modificata e questo ha creato ripercussioni difficilmente sanabili. I crolli, siano essi individuali o collettivi, nascondono insidie e opportunità di vario tipo e non è detto riguardino solo il “crollato”. Una specie di nemesi, per cui Il naufragio di Nicola, non ha trovato porti aperti perché lui stesso (il suo mondo di appartenenza) se li è, in qualche modo, negati. I mille linguaggi che si apprendono vivendo in società orizzontali, aperte e multietniche, sono un salvagente, un antidoto alla depressione e allo sconforto. Invece il suo tonfo è stato drammaticamente contraddistinto dall’isolamento. Praticamente: gli altri soci del circolo lo ignorano e il resto della umanità anche. Si aggira per il palazzo con l’aria di esserne il proprietario, mentre espleta stancamente l’unico ruolo che questa società post produttiva gli ha riservato: consegnare chiavi. Voleva diventare qualcuno poi, invece, due o tre colpi sbagliati ed è diventato il signor Check. Ma, sempre per il problema delle identità, vive questa cosa come se fosse una sciagura. A volte vorrei rompere il silenzio auto-imposto e urlargli: “Miliardi di esseri umani non sanno cosa sia l’identità. Miliardi di esseri umani vivono, si riproducono e muoiono senza porsi questo problema che sta triturando esistenze di milioni di noi occidentali”, ma non posso. Stefania, invece, si è fatta tutta la vita un mazzo tanto per scalare quel gradino sociale che il terremoto, in qualche modo, gli ha fatto perdere. L’idea di sentirsi parte di un’altra città e di far crescere i figli in un ambiente più stimolante e meno degradato. Una battaglia impari che ancora non ha prodotto il risultato sperato. Si lavora per pagare l’affitto, per mangiare e per sopravvivere e “ogni volta che ho un risparmio da parte, succede qualcosa che me lo fa perdere". A me trova sempre la scusa per fare una piccola attenzione. Una fetta di casatiello a Pasqua, la lasagna della domenica il lunedì, insomma, quei piccoli gesti che rendono le mie giornate migliori. Ma, e questa è una particolarità tutta sua, trova sempre una scusa elegante per dimostrare che quel gesto gratifichi esclusivamente lei. “Ieri ne ho mangiata troppa e finisce che se mi mangio anche questa ingrasso.” Oppure: “ Mia sorella mi ha chiesto il favore di farti provare il suo sartù di riso: sai vuole avere dei pareri.” Insomma uno stratagemma per rendere il gesto “orizzontale”. A Nicola riuscire a scatenare e/o incassare dolcezze così squisite potrebbe salvargli la vita o, almeno, renderla meno amara. Invece si guardano con secoli di diffidenza alle spalle. Ma la mia voce del silenzio non può spiegare ne a lui, ne a voi, che le cose migliori sono sempre e solo gratis.


Amico Luca


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